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Etna, una storia d’amore millenaria

A memoria d’uomo, l’Etna è sempre stato un vulcano attivo, un’enorme montagna che sputa fuoco, lava e fumo, alimentando paure, miti e leggende d’ogni genere. Eppure la regione etnea è frequentata dall’uomo fin dall’antichità e ha sempre attirato popoli di ogni provenienza, forse per via della sua posizione favorevole nel cuore del Mediterraneo, o per la ricchezza delle terre che circondano il vulcano. Gli antichi Greci credevano che l’Etna fosse la porta del Tartaro, il regno dei morti, in cui Efesto, dio del fuoco e fabbro degli dei, forgiava con l’aiuto dei ciclopi le saette per Giove. Per i Romani era il luogo in cui vivevano i giganti, causando eruzioni e terremoti. In seguito i giganti si trasformarono in diavoli e già dal III secolo il Mongibello (l’antico nome dell’Etna) diventò uno dei principali punti d’accesso all’inferno, bollato nel Medio Evo nientemeno che Umbilicus Inferni.

Oggi verrebbe piuttosto da paragonarlo al paradiso: la vetta fumante si staglia placida nel cielo siculo trasmettendo un senso di serenità; i boschi centenari delle pendici sono verdi e rigogliosi, e a primavera le nere vallate laviche si tingono di fiori gialli, azzurri e fucsia creando uno scenario da sogno. I paesini incastonati nella lava e le chiese barocche alimentano i sospiri dei turisti e gli alberi dei frutteti sono carichi di frutta carnosa. Più che timore, insomma, questo vulcano ispira sicurezza, come un gigante amico, un solido punto di riferimento che domina il paesaggio della Sicilia orientale. Come disse Pier Paolo Pasolini, che dall’Etna era affascinato al punto di girarvi scene in quattro suoi film, “la ferocia vi compare solo in casi eccezionali”. Per Pasolini il paesaggio spoglio della vetta rimandava a una barbarie primigenia contrapposta all’opulenza della società moderna.

Monte Etna 

Ora, basta allargare un po’ lo sguardo per apprezzare questo raffronto pasoliniano e rendersi conto che l’inferno non si trova sulla montagna bensì tutto intorno, nell’urbanizzazione e nella cementificazione selvaggia che soffocano la periferia di Catania, nelle strade congestionate di automobili, nei mucchi di spazzatura abbandonati sul ciglio delle strade, negli incendi che divampano nei boschi d’estate. E come il Tartaro degli antichi greci, questo inferno è stato creato dall’uomo. L’Etna però sputava fuoco e lava già nel Quaternario, circa 400 mila anni prima dell’avvento di Homo sapiens, molto prima che l’uomo si stabilisse attorno alle sue pendici. La sua storia eruttiva è fatta di centinaia di colate che si sono sovrapposte nei millenni, creando un paesaggio unico al mondo. Tutta l’area circostante l’Etna, un cerchio grezzo di almeno 50 chilometri di diametro, da Randazzo a nord fino a Catania a sud, dal fiume Simeto a ovest a Taormina a est, è in sostanza un campo di lava, ma su questa lava è fiorita una grande ricchezza.

Se poco sappiamo dei culti preistorici legati all’Etna, sappiamo che in tempi più recenti la Chiesa cattolica non ha potuto fare a meno di confrontarsi con il vulcano e con i culti pagani a esso legati, accettandoli e, come è accaduto spesso, facendoli propri. La leggenda più sentita e persistente è senza dubbio quella di Sant’Agata, amatissima patrona di Catania, una giovane di famiglia nobile che nel III secolo si rifiutò di ubbidire all’editto dell’imperatore romano Decio, che voleva che tutti i cristiani abiurassero. Agata morì a Catania il 5 febbraio 251 per mano del proconsole Quinziano, che secondo le cronache si era invaghito di lei e la sottopose a torture prima di lasciarla morire nella sua cella. Un anno dopo, quando una colata arrivò alle porte della città, i catanesi presero il velo della Santa e ne invocarono il nome. La colata si fermò e l’eruzione finì, mentre il velo divenne rosso sangue. Da allora, nel corso dei secoli, il velo (conservato nella Cattedrale di Catania in uno scrigno d’argento) è stato più volte portato in processione come estremo rimedio per fermare la lava dell’Etna. Oggi la Madonna della Sciara è un’icona, un importante simbolo di fertilità: con il seno scoperto e il bimbo in braccio, domina l’altare attirando migliaia di fedeli.

Marco Pinna – Foto di Alessandro Gandolfi  @NationalGeographic

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