Alberello dell'Etna - Palmento Costanzo
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Le vigne ad alberello dell’Etna e i segreti della potatura: parola a Simonit&Sirch

Un momento importante nel mondo del vino è quello che precede la primavera, ossia quel periodo in cui avviene la potatura. In Inverno le piante vanno in “letargo”, ma la vita e le attività del vigneto non si fermano mai. Soprattutto sull’Etna, dove esiste (e resiste) ancora la forma di allevamento “ad alberello”. Per questo, la potatura è un’azione d’inestimabile valore nell’esistenza delle viti e per il vino che verrà.

La potatura è un gesto antico, che tramanda saperi atavici, rinnovandosi nel corso dei secoli con studi e ricerche nel settore vitivinicolo. Attraverso “quel gesto”, si dona una nuova vita alle piante ma non solo: con la potatura si riesce a tutelare la longevità della vite, a regolare il carico di gemme e quindi la produzione dell’uva. In questo periodo dell’anno, i viticoltori sfidano il freddo, la neve e le rigidità climatiche che durano sino all’inizio della primavera: con scarponi, guanti e forbici si recano “alberello per alberello” per effettuare quel fatidico taglio che serve a gestire le quantità dei grappoli, indicando alla pianta la strada “linfatica” da percorrere una volta che si sarà svegliata dal sonno invernale. In vigna, gli uomini danno così disposizione ai futuri tralci, indirizzando la crescita e regolando il numero delle gemme fruttifere. E per questo che “ad ogni luogo corrisponde la propria potatura ma utilizzando un metodo universale“.

Un’arte del taglio che – vista la grande importanza che la vite ad alberello, allevata in regime biologico, riveste nella filosofia aziendale – Palmento Costanzo ha voluto approfondire con i “preparatori d’uva” (così amano farsi chiamare) Simonit&Sirch.

Un fatto è certo: la qualità migliore dei vini è prodotta da vigne vecchie, rispetto a piante più giovani, in virtù del maggior equilibrio che queste piante manifestano adattandosi al cambiamento climatico; alla maggior esplorazione del terreno circostante, grazie all’apparato radicale molto più sviluppato rispetto a una pianta giovane, e anche per il maggior equilibrio vegeto produttivo derivante dalle sostanze di riserva accumulate nel legno di tronco e branche.

“Osservando i principi di potatura dei vecchi viticoltori in vigneti longevi, è stato messo a punto il metodo Simonit&Sirch. Porsi l’obiettivo di aiutare la vite a invecchiare bene, guardando al passato in modo intelligente, è uno dei capisaldi del nostro lavoro e dà un grande merito ai vignaioli che scelgono questo approccio nella viticoltura”, racconta Alessandro Zanutta della squadra Simonit&Sirch.

“Il nostro metodo di potatura segue quattro regole e parte proprio dalla gestione della vite, del rispetto per la pianta, scegliendo di fare sempre tagli piccoli, su legno giovane, rispettando il percorso della linfa, evitando le deleterie conseguenze derivanti dalle ferite dei grossi ‘tagli di ritorno’ in modo da portare la pianta a una felice vecchiaia; su quelle più vecchie, assecondiamo la crescita delle branche escludendo grossi tagli sul fusto. Queste lesioni – continua Zanutta – non solo sono una via d’accesso per i funghi responsabili di malattie del legno, ma provocano dissecamenti e la morte progressiva di parti importanti di fusto. Va ricordato che il legno di tronchi e branche è il ‘granaio’ dove vengono immagazzinate le sostanze di riserva della pianta e che servono alla sua crescita e sviluppo. Dunque ridurre la quantità di legno vivo, significa diminuire l’efficienza delle piante e quindi anche la possibilità di produrre uve di qualità superiore”.

In natura, la vite ha la caratteristica di essere una pianta acrotona, ossia che predilige lo sviluppo delle gemme più distali del tralcio. “La potatura invernale è quindi l’atto tecnico più mutilante che subisce la vite nella sua vita. Per l’alberello, è ridotta questa mutilazione: non si fanno tagli alle ramificazioni. Solo così si evita il deperimento in favore della longevità della vite”.

La potatura è un momento delicato nella viticoltura, di precisione chirurgica, per questo di fronte a una vite di 80 -100 anni si rimane sempre un po’ sorpresi e pieni di ammirazione. “E’ un incontro sempre più raro nella viticoltura europea, ho avuto la fortuna di trovare viti molto vecchie sull’Etna – racconta Zanutta – e ho espresso tutta la mia stima per i viticoltori, come Palmento Costanzo, che portano avanti l’allevamento ad alberello appoggiato su palo di castagno. E’ una scelta coraggiosa e forse la più rispettosa per la pianta. Gli alberelli hanno bisogno di molte attenzioni e di molte ore di lavoro manuale, spesso in condizioni climatiche difficili, all’interno di tutto il vigneto”.  In questa forma di allevamento della vite, infatti, non è possibile adoperare la meccanizzazione come nell’allevamento a controspalliera che, proprio per questo, vede quasi la metà delle ore di lavoro in vigna.


Viene spontaneo chiedersi da dove deriva questa longevità e, istintivamente, si è portati a fare un paragone con gli uomini che vivono anche fino a 100 anni. “Noi trattiamo le viti come individui, ognuna è un mondo a se, non è possibile dare una risposta univoca”. Sappiamo che er gli uomini dipende dal patrimonio genetico, dal regime dietetico, dallo stile di vita, dalla vita affettiva, dal modo con il quale affrontano le difficoltà psicologiche. “Per la vite, oltre alle condizioni partcolari dello sviluppo radicale che deve essere molto esteso, la mancanza dell’innesto ha un ruolo certamente significativo, assieme all’equilibrio vegeto produttivo che quella pianta ha avuto nel corso della sua vita e che le ha consentito di reagire senza conseguenze agli stati di stress come periodi di siccità”. Dunque, come per l’uomo, questa longevità non è frutto del caso, ma è il risultato di precise scelte operate dal viticoltore.

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